Il Bastone



L’uso del bastone risale ai primordi della storia dell’uomo. Quindi resta molto difficile cercare di individuare quando e come fu utilizzato la prima volta come arma.

Pertanto l’utilizzo di questo si è sviluppato contemporaneamente in luoghi diversi come in India, in Cina, in Giappone ed addirittura anche in Italia.

IL BASTONE IN CINA

In Cina, il bastone, chiamato Kun, è conosciuto come una delle quattro armi principali delle arti marziali, insieme al Dao (Sciabola), al Qiang (Lancia) e al Jian(Spada).

Esistono diverse varianti importanti del Kun che sono utilizzate nelle arti marziali tradizionali cinesi, tra queste ci sono il Bang, il Chang Kun e il Shao Kun.

Il Bastone corto (Bang), nello Shaolin Quan viene utilizzato con una mano ed è propedeutico all'apprendimento dell'uso della sciabola cinese (dao), oppure viene utilizzato come la mazza, tenuto con entrambe le mani e usato con movimenti di torsione per allenarsi, la sua altezza da terra arriva fino al “tan tien” del praticante, punto che nella medicina tradizionale cinese è collocato a circa due dita sotto l'ombelico (il baricentro del corpo).

Il Bastone medio (Kun) tradizionale è realizzato con il legno del ligustro cinese che ha la forma leggermente conica, la lavorazione prevede un periodo di invecchiamento sotto terra che contribuisce a rendere il bastone più flessibile e resistente, poi viene reso completamente liscio per favorirne l’impugnatura, la lunghezza è determinata in base all'altezza del praticante, e tipicamente deve andare da terra fino a circa l'altezza degli occhi.

Le tecniche di bastone consistono sopratutto nel “colpire”, nel  ”battere” e nel “pungere”.

Il Bastone lungo (Chang Kun) è alto da terra fino alla punta delle dita di un braccio disteso in alto, il suo uso principale era quello di disarcionare i cavalieri, per effettuare questo attacco, il guerriero a terra, colpiva il cavaliere usando la parte terminale del bastone lungo, mirando all'arma o al corpo dello stesso.

Il Bastone medio con snodo (Shao Kun) era la variante del Kun, questo bastone aveva una catena sulla sommità, con attaccato un bastone corto, e nell'utilizzo, a causa del contraccolpo girava vorticosamente annodandosi intorno all'arma o alle braccia  del cavaliere. La lunghezza della catena era variabile a seconda di quanto si voleva enfatizzare l'uso descritto. Con una catena piu' lunga era piu' facile disarcionare un cavaliere, ma ogni altro uso era reso piu' difficoltoso. Invece con una catena piu' corta  era possibile usare lo Shao Kun come un Kun, attribuendogli in piu' la facolta' di colpire ulteriormente con la parte mobile.

L’arte del bastone è forse la più famosa tra quelle praticate al tempio Shaolin, il bastone era l’arma preferita dai monaci i quali raramente, al di fuori del Tempio se ne separavano.

La tecnica di Shaolin "Kun" sarebbe apparsa nel quattordicesimo secolo, nel corso della rivolta che mise fine alla dinastia Yuan. La leggenda narra che, il Tempio stava per essere attaccato dagli insorti, quando l’apparizione di un monaco armato di un attizzatoio di ferro e posseduto dalla divinità Jinnaluo Wang li fece disperdere.

Questa leggenda potrebbe essere un elegante stratagemma per creare un alone mitico che proteggesse il tempio da attacchi.

IL BASTONE IN ITALIA

In Italia intorno all’anno 1200 d.C. fa le sue “prime mosse” quella che sarà l’unica arte marziale sviluppatasi in Italia e forse anche una delle più antiche d’Europa.

Il bastone è lungo circa 1,20 metri, ed è ricavato da legno d’ulivo, arancio amaro, sorbo o dalla rossella, raccolto in precisi periodi dell’anno. La lavorazione prosegue ed il bastone è trattato e passato al fuoco per essere pulito, raddrizzato e asciugato.

Lo strumento finale è molto leggero ed al contempo resistentissimo ai colpi più duri, anche se sbattuto violentemente sul cemento. Esso può avere dei noduli molto consistenti che sono utilizzati per fratturare la zona ossea colpita in piccoli punti specifici.

Il bastone per essere ultimato, era messo a stagionare per un certo periodo sotto il chiaro di luna; una volta completo, un colpo ben assestato era capace di spezzare la lama di una spada. Una leggenda narra del viaggio di un Re, la cui scorta fu attaccata da un’orda di banditi, mentre si trovava in una zona impervia della Sicilia; proprio quando la guardia reale stava per avere la peggio, ecco che scende dai monti un pastore armato di bastone, che sbaraglia e mette in fuga gli assalitori.

Questa disciplina di combattimento è stata da sempre utilizzata da contadini e da pastori come strumento di lavoro e come arma di difesa contro occasionali assalitori, o animali selvaggi. Inizialmente non esisteva una tecnica ben definita, che andò delineandosi nel 1600 e fu da subito utilizzata nei duelli d’onore tra pastori o contadini, ma spesso coinvolgeva anche ricchi proprietari terrieri, affascinati da questa nuova arte sia perché permetteva di difendersi da un coltello, sia per semplici scommesse.

Poi, con l'avvento delle armi da fuoco, la funzione di difesa del bastone venne a mancare, ma restò il suo impiego nei duelli d'onore. Oggi il bastone è presente soprattutto nella Sicilia orientale, a livello di arte tramandata da padre in figlio, da amico ad amico, sui monti e nei luoghi scarsamente popolati, dove ancora i giovani non sono distratti dai problemi della società industriale.

Il bastone siciliano comprende vari stili come la tirata ruotata e la fiorata che sono tra i più diffusi. Un'altra scuola collocata geograficamente nell'area di Messina, usa il bastone con una sola mano, come un fioretto, ma non è ritenuta molto efficace perchè nelle parate c'è il rischio che il bastone cada di mano. Nelle scuole maggiori, invece, il bastone è maneggiato con due mani, con movimenti rotatori continui chiamati mulinè e solo occasionalmente è utilizzata con tecniche offensive di stoccata, con una sola mano. Il mulinè eseguito a due mani, difende tutta l'area intorno al corpo (un po' come un'elica), tenendo lontano gli aggressori. Questa fase difensiva è completata da attacchi alla testa, colpi laterali al viso, colpi di punta allo sterno, alla gola ed al basso ventre, tutti mortali. La tirata insegna anche un suo particolare modo di spostarsi e camminare, assecondando appieno la tipologia del terreno su cui ci si trova (campagna, pavimento di piastrelle, sabbia, selciato bagnato etc...), spesso richiama la danza e s’ispira ai movimenti dei pupi siciliani. Un elemento importante di questa scuola è il figurismo. Il figurismo è una sequenza obbligata di figure caratterizzano lo stile adottato paragonabile ai kata e alle forme delle arti marziali orientali.

Si sa per certo che esiste una versione napoletana del Bastone che differisce dalla versione siciliana per la sua misura ridotta e per la tecnica che privilegia colpi a corto raggio, corpo a corpo e chiusura. Si utilizza molto per comprimere alcuni punti dolorosi del corpo che paralizzano letteralmente chi li subisce. Nella scuola napoletana non vi sono tecniche spettacolari (vedi i maneggi del bastone siciliano). Utilizzare il bastone napoletano è un po' come maneggiare un coltello.

Oggi l’arte del bastone è conosciuta con il nome “Liu-Bo”, dal cinese “bastone di Leo”, in onore del maestro Letterio Tomarchio, che è riuscito a farla diventare un’arte marziale famosa e riconosciuta.

In conclusione in tutte le arti marziali il principio d'uso del bastone come arma è sempre lo stesso ovvero l'aumento della forza del colpo tramite la leva. Vengono utilizzati fendenti e colpi di punta, oltre a tecniche di disarmo e di immobilizzazione, nonché leve articolari. I movimenti prodotti dall'utilizzo del  bastone compongono spesso cerchi, semicerchi e sfere, difendendo l'utilizzatore dagli avversari da ogni lato, tenendoli lontani e permettendo di attaccarli senza che possano avvicinarsi. Alcune leggende narrano di guerrieri capaci di roteare il bastone talmente veloce da riuscire a fermare una freccia.

Il bastone (sia lungo che corto) è in genere la prima arma che un praticante di arti marziali inizia ad usare perché, come già affermato, facilita l’apprendimento di altre armi vedi l’alabarda, la lancia nel caso del bastone lungo; vedi la spada e la sciabola nel caso del bastone corto; inoltre aiuta a migliorare le posizioni e l’assetto simmetrico del corpo e quindi correggere  eventuali squilibri esistenti; infine permette allo studente di combattere con un oggetto facilmente reperibile.





Difesa da bastone
 

 
Sin dai tempi degli antichi Egizi il bastone è stato una delle armi più utilizzate dall'uomo il quale, per ovvi motivi di reperibilità e duttilità, ha utilizzato quest'arma per cacciare, difendersi e attaccare gli animali e i suoi stessi simili.
In occidente, a differenza dell'oriente, non esistono vere e proprie scuole di bastone: infatti, se si esclude il periodo medioevale dove in alcune scuole di scherma si insegnava anche l'uso del bastone, e certe zone dell' Italia meridionale dove i "capibastone" trasmettevano ai loro "picciotti" le tecniche di combattimento con questa arma, non risultano ci siano state e ci siano vere e proprie scuole di difesa con bastone. 
In alcuni trattati di scherma come quello dei Maestri Giannino Martinelli e di Giancarlo Toran, dove venivano illustrate tecniche di attacco, svincolamenti, prese, distorsioni e bloccaggi, si contempla l'uso del bastone e più nello specifico del bastone animato (un bastone da passeggio ma con all'interno una lama di 40/50 cm). Non tutti sanno che ad oggi esiste la possibilità, stabilita dal regolamento del Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza (TULPS) di conseguire la licenza di "porto d'armi per bastone animato". 
Una tra le scuole più importanti e antiche (forse l'unica) in Italia dell'uso del bastone animato fu quello del Corpo dei Vigili Urbani di Milano, molti dei suoi agenti si addestravano dallo stesso Maestro Martinelli. 
Nonostante questo preambolo, il bastone insieme al coltello è sicuramente l'arma più versatile, micidiale e probabile che possa essere facilmente impiegata in una situazione di scontro urbano e di aggressione personale. 
Per tale motivo molte scuole di difesa personale hanno sviluppato un vasto repertorio di tecniche di difesa da bastone, tuttavia, ciò che viene proposto non sempre corrisponde alle reali esigenze della moderna autodifesa.
Oggigiorno è sempre più possibile, anche in una banale discussione tra automobilisti, che una persona ci si ponga di fronte impugnando una mazza da baseball, pertanto, è doveroso ammettere che la difesa da questo tipo di arma impropria è ben diversa da quello di un attacco di un semplice bastone che si impugna con una sola mano, arma che per peso e lunghezza richiede tecniche e tattiche difensive di nuova concezione e, per la pericolosità dei colpi, la difesa deve essere necessariamente diretta e realistica. 
La difesa personale è sicuramente un tema molto sentito che esprime la problematicità dei nostri tempi, oggi sapersi difendere non è solo una moda o un bisogno culturale, ma è sicuramente una necessità per la propria conservazione.
Le tecniche efficaci contro attacchi di bastone, per essere tali, non possono diventare una serie di combinazioni infinte che sembrano più un "gioco di ruolo" che vere e proprie tecniche difensive, nella difesa personale dove c'è in palio la propria sopravvivenza ,ciò che conta realmente è saper affrontare l'effetto dello stress combat, non bloccarsi, mantenere i nervi saldi e, all'occorrenza, agire nel modo più rapido, preciso e letale possibile: quando siamo davanti ad un avversario armato anche la minima incertezza potrebbe essere fatale. 
Dinnanzi alla probabilità di rimanere uccisi l'uomo comune modifica il suo pensiero e il suo comportamento, e, in molti casi, è scientificamente dimostrato che l'uomo posto sotto questo stato di stress (tunnel vision) dimentica circa l'80% dei sui schemi motori, la vera efficacia di una difesa moderna e reale è improntata su quel restante 20% di tecniche istintive e innate in ogni essere umano, pertanto l'addestramento a sopravvivere contro un'aggressione armata si riduce a pochi ma istintivi gesti acquisiti sotto condizione di stress test. 

 





Molte volte mi trovo a rispondere a domande su quanto siano efficaci i corsi di difesa personale femminile, o quanto effettivamente sia possibile difedersi per una donna contro uno o più uomini intenzionati a farle del male.

Premetto che molti esperti di arti marziali si sono prestati, ed ancora si adoperano, per sviluppare tecniche di difesa personale femminile di facile apprendimento e applicazione, tecniche che possano essere utili in casi di aggressione alle donne, sono pochi però quelli che si rendono conto che un corpus di tecniche non è sufficiente perchè diventi realmente un metodo simmetrico ed efficace per la “donna media” che si troverà un giorno in condizione di utilizzare questo metodo che , se pur valido, non può essere definito “antiaggressione femminile”, poichè lo stesso termine implica una serie di altri fattori fondamentali.

Le donne devono imparare a combattere e a difendersi con “armi” che sono loro congeniali e innate, la tattica e la strategia, queste sono e devono essere le vere colonne portanti dei corsi di Antiaggressione Femminile e il vero sviluppo di tale sistema devono partire da una “autocosicenza del potenziale femminile” sicuramente diverso da quello maschile, quindi non è solo questione di tecnica ma anche di evoluzione del pensiero steriotipato.

Come praticante da oltre trent’anni di karate sarei propenso a dire che “ se un uomo alterato, seriamente intenzionato a fare del male ad una donna, l’aggredisce per lei non c’è nessuna speranza di difesa”. Questo è uno stereotipo fortemente insito nella maggior parte degli uomini che ci portiamo dietro da miglia di anni, forse ancora radicato al “Codice Babilonese” sullo stupro delle donne che prevedeva la pena da infliggere al reo ma contemporaneamente anche l’uccisione della vittima dello stupro. Fortunatamente, contemporaneamente alla mia esperienza di praticante e insegnante di karate, ho maturato disparate altre esperienze trasverali sviluppate in situazioni diverse dove comunque la difesa personale, anche quella armata, e l’atteggiamento psicologico rivestono grande importanza come, per esempio, nell’ambito del Law enforcement, dove, in situazioni di stress intenso, ho potuto assistere a capovolgimenti di risultati a vantaggio delle donne che hanno cambiato la mia “visione maschilista” di concetto che la di difesa personale è di solo appannaggio maschile.

L’autodifesa non è solo tecnica, ma è soprattutto tattica e strategia: se parliamo di qualcosa che coinvolge la “tattica e la strategia” possiamo facilmente comprendere come questi due aspetti non appartengono solamente all’universo maschile, anzi, l’intelligenza e la capacità decisionale nella difesa personale possono portare vantaggi, che se adeguatamente sfruttati, rappresentano in primis la migliore e più efficace difesa personale e in secondis, l’unica vera “sorpresa” che può capovolgere l’esito dello scontro.
Personalmente consiglio, a quanti si preoccupano della sicurezza delle donne e ritengono che i corsi di autodifesa femminile siano inutili e ingiustificati, di studiarsi attentamente tutte le casistiche sulla materia e, con loro stupore, rileverebbero che in molti casi dove la donna aggredita è riuscita a scappare, a reagire, a gridare, a telefonare, a dissuadere verbalmente e psicologicamente un attacco, la difesa personale femminile è stata possibile ed efficace in quanto la donna era stata messa in condizione di “sapere come fare” ad usare non solo la tecnica ma anche la tattica e la strategia.

La difesa personale è principalmente “tattica e strategia”, anche in ambito militare operativo quando un’azione non è efficace, la tecnica incide non oltre il 20 % il resto delle lacune è da attribuire semmai alla tattica e alla strategia sbagliata.

Diverse ricerche ci dicono che le donne sono in grado di decifrare molto meglio degli uomini “i segnali della comunicazione non verbale”, esse riconoscono nella postura, nei gesti preliminari e nel tono della voce lo stato intenzionale della persona che si trova di fronte: queste condizioni, se opportunamente sviluppate, potrebbero dare anche un “vantaggio tattico” che si trasformerebbe, per esempio, in una manciata di secondi di vantaggio che potrebbero bastare alla vittima per sottrarsi all’aggressione, a scappare e/o chiedere aiuto.

I corsi di antiaggressione femminile non sono e non devono fermarsi a semplici allenamenti improntati sulla fisicità e sulla tecnica, questi devono essere visti come momenti di confronto, di rievocazione, di conoscenza culturale e di una nuova coscienza di classe utili a cambiare anche la mentalità delle donne ma sopratutto quella di molti insegnanti che intravendono nella difesa personale un buon bussiness ma troppe volte sono loro stessi a non crederci, o in altri casi (ancora più pericolosi del primo)dove alcuni istruttori sono convinti che sapere tirare un calcio o un pugno sia sufficiente alla difesa, questo purtroppo non è quasi mai vero, in molti casi ho potuto verificare che anche avere a disposizione “un’arma letale”, come nel caso delle forze di Polizia o di quanti si occupano di sicurezza armata, non garantisce agli operatori armati di riuscire a difendersi in modo efficace e sopratutto la difesa, sia che si utilizzi la forza fisica o delle armi da fuoco, senza la dovuta tattica diventa inefficace e pericolosa per chi la mette in atto.



Marziale, guerriero, bushi

Nel mondo delle arti marziali chi si allena per imparare a combattere viene chiamato guerriero, bushi.
      In Oriente lo stesso appellativo ha definizioni decisamente diverse a seconda della zona: bushi in Giappone delineava il Samurai che combatteva per un signore; a differenza di Okinawa che bushi indicava un uomo che aveva approfondito concetti altissimi della pratica marziale ma anche spirituali, etici e morali.

       Questo ci fa capire che una definizione di tale portata non può essere improntata esclusivamente sulla forza fisica, sull'ira e sullo scontro tra due persone, occorre invece fare ricorso alle più recondite energie mentali e fisiche, come pure alla volontà di affrontare una metamorfosi senza eguali che potrà verificarsi solo dalla fusione del nostro io con l'io universale.
Pochi sanno, solo gli adepti più anziani di pratica, che l'allenamento delle tecniche di combattimento sono praticate in prospettiva di una lotta molto più complessa e toccante, il combattimento contro se stessi.
        Molti praticanti di arti marziali non si riconoscono nella definizione di "guerriero", ma anzi attribuiscono a tale significato un limite di quello che realmente è il loro impegno e sforzo psicofisico per rendersi realmente liberi dalla violenza e dalla guerra (budo, via per fermare la guerra).
          La definizione "marziale" è presa in prestito dalla mitologia classica romana, dove Marte, padre di Romolo e Remo, rappresentava appunto il Dio della guerra e della violenza, pertanto il termine "marziale" andrebbe rivisto e quindi sostituito con un nome decisamente più appropriato magari di "minervale".
        Minerva era una Dea nata da un'incontro tra Metide e Zeus, il quale temendo di perdere il suo trono, e dopo avere inghiottito Metide, si fece dare un colpo di ascia che gli aprì la testa e dalle quale nacque Atena (Minerva per la mitologia romana) ricoperta di un'armatura robusta e dorata.
      Mentre Mars (Marte) era un Dio iracondo, poco astuto, talaltro nato senza nessuno coinvolgimento maschile, che riusciva a placare la sua ira solo con l'amore di Venere (nel dipinto rinascimentale del Botticelli si può osservare un Marte che dorme rabbonito dalla presenza della Dea al suo fianco), questa figura di un Dio disordinato e irruente poco si addice all'ambizioso obiettivo del budo che punta a valori molto più ascetici e profondi.
      Guerriero è colui che lotta per se stesso, per la patria o per uno scopo, bushi è un uomo che lotta fisicamente, mentalmente e spiritualmente contro le forze oscure e le proprie paure, contro l'alienazione di tutte quelle virtù che permettono all'uomo di elevarsi verso una forma più evoluta di filantropia, di umanità e spiritualità che meravigliosamente bilancia due grandi forze: il bene e il male (Yin e Yang).

Ciro Varone

      Per studiare la loro ipotesi, gli psicologi Rebekak Gunn, Lucy Johnston e Stephen Hudson hanno condotto tre esperimenti.

     Al primo di questi hanno partecipato 71 donne; a queste é stato chiesto di vestire una tuta che aveva dei cerchi colorati in corrispondenza alle giunture e di camminare per una stanza.

      Questo"scorazzare" veniva filmato e poi esaminato da un gruppo misto di persone. Compito di queste ultime era stabilire se la donna ripresa fosse una vittima facile o difficile di uno stupro o di un'aggressione. I risultati hanno messo in luce delle osservazioni decisamente interessanti.

      Le potenziali "prede" erano caratterizzate dal fatto di avere un passo piuttosto corto in rapporto alla loro altezza; sollevavano parecchio i piedi, mostravano una ridotta oscillazione delle braccia, camminavano in modo relativamente lento, con poco vigore e avevano una taglia piccola.

     Inoltre, nel camminare, tendevano a inclinarsi in avanti, all'indietro o di lato e, in generale, le loro movenze erano più esitanti e impacciate. Le donne che davano l'impressione di essere più coriacee, invece, avevano un passo piuttosto lungo e il loro peso era ben bilanciato nello spazio. Il loro incedere dava l'idea di essere deciso e composto.

     La camminata era piuttosto regolare e i piedi venivano sollevati appena (dando l'idea di essere "ben piantati"); l'oscillazione delle braccia era ampia. In generale, risultavano sciolte, energiche, avevano un passo spedito e pesavano più della media. Anche il secondo esperimento ha dato risultati analoghi, ma le "vittime predestinate" questa volta erano i maschietti. 

     La scelta di esaminare anche il sesso forte era legata alla constatazione che ad essere oggetto di certi tipi di aggressioni fisiche sono quasi sempre gli uomini. Sono così stati reclutati 50 volontari, cui è stato chiesto di "passeggiare" nella stessa stanza del primo esperimento. Un gruppo misto di 30 partecipanti doveva invece misurare con una scala di valori da 1 a 10 chi fosse più o meno "vulnerabile" ("1" equivaleva a "Vittima molto facile di un'aggressione"; mentre "10" era il valore attribuito agli individui che più difficilmente sarebbero stati oggetto di "quelle" attenzioni). 

     In modo analogo a quanto emerso con i partecipanti femminili, gli uomini più "fragili" possedevano dei tratti distintivi: il passo era breve in relazione all'altezza; mostravano una certa fiacchezza e legnosità nel movimento ed apparivano gracili e sottopeso. 

     Mentre il primo e il secondo studio avevano lo scopo di valutare l'effetto del tipo di movimento in rapporto alla vulnerabilità; nel terzo, i ricercatori hanno voluto esaminare quanto, al riguardo, incidano l'abbigliamento e il tipo di scarpe indossate. Anche in questo caso, i soggetti filmati erano donne.

     I loro vestiti erano di tre tipi: la tuta del primo esperimento, dei pantaloni a gamba stretta oppure una gonna a tubo.

Anche quello che calzavano cambiava: in un caso, erano a piedi scalzi; nel secondo, con scarpe basse e nel terzo, con scarpe con il tacco a spillo. Il gruppo degli esaminatori era di 72 persone; metà di sesso maschile; metà femminile.

     Come negli altri due esperimenti, é risultato che un passo lento, corto e una certa rigidità (assieme a una limitata oscillazione delle braccia) segnalavano le vittime più facili.

    Quanto ai capi di abbigliamento, come prevedibile, la gonna e le scarpe con il tacco rendevano la donna più "aggredibile"; più precisamente, questi due accessori conferivano alla "falcata" un andatura più incerta e frenata; costringevano, inoltre, a sollevare di più i piedi e ad andare più piano.

Studio tratto da : Rebekah E. Gunns, Lucy Johnston, Stephen M. Hudson: Victim selction and kinematics; 

a point-liht investigation of vulnerability to attack; Journal of nonverbal Behavior, vol. 26, n. 3, fall 2002

 






Sembrerebbe quasi superfluo rinnovare alcune considerazioni che, tuttavia, emergono quando andiamo ad affrontare il tema delle Arti Marziali, la trasformazione del praticante, la sua naturale propensione al divenire e il suo fine ultimo che nonostante le infinite varianti di stili, correnti, forme e scuole accomuna tutte le Arti Marziali ponendo per tutti lo stesso traguardo.Il maestro Bunji Koizumi, grande esperto di Judo, era solito paragonare le Arti Marziali all’acqua che scorre per raggiungere un livello equilibrato, metafora che possiamo sintetizzare anche con la frase : “seryoku zenhyo” (utilizzare al meglio l’energia fisica e morale).

Questo stato di cose possiamo descriverlo traslando la nostra attività a quella dei fiumi, che, se pur partono ognuno da una località divers con tragitti e traiettorie esclusive, fuoriescono in superficie e, correndo veloci, arrivano in pianura dove incedono per estese curve, formando grandi alvei che vengono incessantemente foggiati dalla corrente interna creata dal suo stesso moto, come sono appunto le varie distinzioni stilistiche che tendono a dividere le Arti Marziali; il corso del fiume termina in mare dove il Sali minerali rilasciati in piccole quantità lasciano l’acqua dolce, ma poi, il fiume, una volta arrivato al mare, l’acqua evaporando libera una grande quantità di sali minerali che rendono l’acqua del mare salato e, accomunando tutte le diversità, le annulla e le rende tutte uguali e indistinguibili.

Quello è ciò che succede anche a tutte le Arti del Budo: ognuno percorre una via (michi), un sentiero diverso ma tutti portano alla stessa meta.

Le Arti Marziali sono dei grandi catalizzatori di energie, che non si ergono su concetti astratti ma su conoscenze concrete e vissute, cognizioni che si possono apprendere solo attraverso l’esperienza pratica unita ad un comportamento intelligente che rende l’adepto consapevole e maturo delle sue scelte di vita che incidono sul proprio percorso marziale(Do).

Il grande spadaccino Musashi diceva: “percepisci anche quello che non vedi con gli occhi”, questa frase chiarisce in maniera inequivocabile che la ricerca e la conquista dell’armonia può giungere solo attraverso “la disciplina e lo sforzo di volere imparare”, andando oltre la mera tecnica, infatti, nei massimi livelli di ogni tecnica marziale l’agire in armonia con il tutto soprintende ad ogni tentativo di tecnicismo esasperato fine a se stesso.

Nella religione Shintoista l’uomo discende direttamente dagli dei (kami-no-ko), portando con sé la divinità, tuttavia, questa divinità potrà riaffiorare esclusivamente con la purezza originaria del cuore (kokoro). Per raggiungere tale purezza occorre seguire gli insegnamenti con purezza e lealtà (makoto), trasferendo questi requisiti nella pratica di tutti i giorni.

La separazione e la volontà di dividere le Arti Marziali in stili e metodi di lotta diversi è contro il concetto stesso di Do (Tao, Via), la giusta armonia tra gli uomini, la comprensione di una radice comune aiuta a capire meglio la tradizione ancestrale e la radice mistica comune a tutte le Arti Marziali portando equilibrio e armonia in tutte le cose; pertanto non è sufficiente per un adepto del Budo solo praticare, bensì esso dovrà essere armonizzato con il “Tutto”.

Maestro Ciro Varone

La difesa contro le armi da fuoco



           Per molti la difesa personale contempla solo la 
protezione contro attacchi a mani vuote, con bastone 
e/o coltello.
Data la continua escalation di delinquenza organizzata e micro criminalità, in aggiunta al continuo aumento di gente che detiene un’arma da fuoco, sia legalmente che illegalmente, nel nostro tempo, diventa sempre più probabile trovarsi d’innanzi ad un' arma da fuoco spianata: per tale motivo molte scuole di difesa personale si sono “adeguate” a queste nuovi temi di sicurezza, per dare ai propri praticanti nozione di difesa personale contro minaccia da arma da fuoco, ma non tutti gli istruttori di difesa personale sono anche esperti di armi da fuoco.Chi si occupa di sicurezza e maneggia armi da fuoco ha cognizione che di fronte ad un’arma da fuoco, data in mano ad una persona che ha intenzione di usarla ci sono pochissime, se non nessuna, possibilità di uscirne vivo, se consideriamo poi che chi sa usare un’arma sicuramente non la punterebbe mai addosso a qualcuno ad una distanza del corpo a corpo, la percentuale di sopravvivere a tale attacco diventa veramente tenue.Per tale motivo chi si addentra in queste tematiche, prima ancora di conoscere e praticare all’infinito tali tecniche marziali, deve, a mio avviso, considerare almeno altri due fattori: primo, riflettere che se siamo minacciati da un aggressore armato il quale, anche se ha deciso di non spararci, la nostra reazione fisica potrebbe indurlo, in una situazione di conflitto e di stress psicofisico, a premere il grilletto nonostante la non intenzionalità dell’azione; secondo, la conoscenza approfondita del tipo di arma che ci troviamo puntati contro, modello, revolver, semiautomatica e, ancora, il tipo di meccanismo di funzionamento sono fondamentali per poter soppesare un eventuale intervento di autodifesa e/o qualsiasi azione di disarmo.Procedimenti questi che possono e debbono essere trattati solo da esperti istruttori di armi da fuoco, essere istruttore o maestro di questa o quella disciplina marziale non garantisce la giusta esperienza e conoscenza in materia di armi da fuoco, che andrebbe approfondita prima con allenamenti a secco e poi sui campi da tiro a segno sotto la stretta sorveglianza di professionisti del settore.Quindi è fondamentale premettere che non bisogna mai reagire ad una minaccia armata almeno che non abbiamo capito che verremo uccisi. Detto questo, prima di qualsiasi reazione è importante capire in base alla postura, alla prossemica, alla lunghezza delle braccia dell’assalitore armato, alla sua collocazione nello spazio, al suo atteggiamento mentale in quel particolare momento, come possiamo reagire per tentare una pericolosa e improbabile difesa da minaccia armata.Il modo particolare,dopo avere preso in seria considerazione i due punti sopracitati, è bene addestrarsi su tecniche di deviazione della volata dell'arma, tecniche di sgancio e arresto meccanico del cane e/o del carrello per causare, laddove fosse possibile, un inceppamento dell'arma rendendo possibile ed efficace la difesa. 


Si ritiene che il buddismo zen e le arti marziali abbiano avuto un fondatore comune, risultano, infatti, strettamente connesse la loro filosofia e la loro storia.

Si pensi che in un bassorilievo babilonese risalente a circa 5000 anni fa sono raffigurate situazioni di lotta a mani nude che ricordano molto le arti marziali asiatiche…anche da ciò si è da sempre ritenuto che la culla delle arti marziali da combattimento possa essere stata la Mesopotamia da dove è stato influenzato dapprima l’Oriente e, molti secoli dopo, l’Occidente: la lotta e il pugilato (Pancrazio) dei greci e dei romani avevano qualche affinità con i loro corrispettivi orientali.
Un elemento fondamentale delle tecniche di combattimento orientali deriva dalla tradizione religiosa e medica,l’uso calcolato della respirazione per acquistare forza, calma, velocità e scioltezza.
In molte scuole (RYU) la pratica si svolgeva in assoluta segretezza e la stessa esistenza della scuola era spesso tenuta nascosta alle autorità, le tecniche, spesso mortali, e le nozioni venivano trasmesse oralmente ed esclusivamente a coloro che giuravano di mantenere il segreto.
Questa tradizione di segretezza rende difficile la ricerca, si ritiene, tuttavia, che le arti marziali, come le intendiamo noi ora, cominciarono a svilupparsi in India e in Cina verso il V secolo a.C.
Nel 350 a.C. un brillante stratega cinese, scrisse L’arte della guerra, che rappresenta ancora oggi uno dei classici per i militari di professione. Tuttavia è probabile che all’evoluzione delle arti marziali abbiano contribuito, oltre a quello militare, anche altri aspetti quali il brigantaggio, che costringeva mercanti viaggiatori ad assoldare guardie del corpo pronte ad affrontare combattimenti che si adattavano perfettamente al praticante di arti marziali.
Il leggendario monaco indiano, Bodhai Darma, considerato il fondatore del buddismo zen (chan in Cina), intorno al 500 d. C. insegnava un approccio nuovo al buddismo con esercizi di respirazione e tecniche di autodifesa. Si pensa che molte scuole di combattimento derivino dai suoi insegnamenti.
Le tecniche marziali praticate in Birmania, Tailandia, Malaysia, Indonesia e Corea, sono tutte affini alla lotta cinese; un discorso a parte, invece, merita il Giappone che, fortemente influenzato dalla cultura cinese, imparò velocemente e soprattutto sviluppò arti proprie. Ora il Giappone è il Paese dell’Asia con più varietà di arti marziali e con il maggior numero di praticanti in rapporto alla popolazione: è, infatti, materia di studio obbligatoria fino alle nostre Scuole Superiori.
In Occidente prima del 1900 ben poco si conosceva delle arti marziali orientali. L’interesse crebbe lentamente fino al 1950, quando i soldati alleati e i marinai, che avevano praticato arti marziali in Giappone ritornarono entusiasti di ciò che avevano imparato ed iniziarono ad insegnarlo in patria: il Maestro Gino Bianchi, in Italia, fondatore del Jiu Jitsu Metodo Bianchi e Bruce Lee, cresciuto nella occidentalizzata Hong Kong del dopoguerra, da madre americana e padre cinese e maturato negli Stati Uniti, fondatore del Jeet Kune do, rappresentano due ottimi esempi in questa direzione.
Ci vorrà, tuttavia, molto tempo prima che nascano Scuole che possano essere definite europee o americane tali da essere anche solo paragonate a quelle orientali.

Lo sport come antidepressivo


Che l’attività fisica abbia numerosi effetti benefici è risaputo, al punto che ci sarebbe da domandarsi come mai ci siano in giro tanti reticenti che ancora si professano sedentari, quello che forse alcuni non sanno è relativo all’azione benefica dell’attività non solo sul piano fisico, ma anche su quello emotivo. Certamente dopo aver fatto sport “ci si sente meglio”, occorre però sempre discernere tra quella che è una sensazione magari frutto della suggestione, e quello che in concreto accade da un punto di vista biologico, poiché in questo modo si ha la certezza, oltre ogni dubbio, che esista un nesso di causalità.
A dirimere la questione ci hanno pensato i ricercatori dell’università del Wisconsin(USA) che, dopo uno studio condotto in primo luogo su dei topi da laboratorio, hanno ricercato le analogie con l’essere umano, pubblicando i risultati della ricerca sulla prestigiosa rivista Behavioral Neuroscience. In sintesi la ricerca ha coinvolto delle cavie da laboratorio che, dopo un periodo di lavoro fisico intenso e frequente (protratto per diverse settimane), sono state indotte in uno stato di immobilità. L’attività cerebrale rilevata, dopo qualche giorno in questa nuova condizione, era analoga a quella di topi tossicodipendenti in condizioni di astinenza.
Fatte le dovute proporzioni ed analogie con gli esseri umani, la conclusione che ne è scaturita è che l’attività fisica produce una condizione di miglioramento generale dell’umore che agisce efficacemente come antidepressivo, giungendo nelle persone predisposte ad innescare una sorta di dipendenza (e quindi di crisi d’astinenza in caso di interruzioni). Le discipline maggiormente inclini ad una simile situazione sarebbero la corsa e le attività di fondo in genere (ciclismo, scii, ecc.) oltre al lavoro con i sovraccarichi.
A ben pensarci è facile individuare condizioni analoghe in altri settori della vita, vale a dire di persone stressate che si sottopongono quasi in modo inconsapevole a grandi lavori di natura fisica poiché in qualche modo percepiscono un miglioramento della condizione. A voler fare un esempio forse abusato è tipica la condizione di una casalinga che percepisce l’insorgere di uno stato depressivo e che come risposta avvia intensi lavori domestici a rischio di esaurirsi fisicamente(1) . La pratica di attività sportive con un adeguato livello di intensità ovviamente non fa che provocare un’analoga risposta, per effetto del rilascio di endorfine, che hanno notoriamente attività antidepressiva, stabilizzante dell’umore e capaci di indurre una sensazione di appagamento. Le endorfine agiscono indirettamente nel rilascio di dopamina con incremento delle sensazioni piacevoli che, come detto, su alcuni possono innescare una sorta di dipendenza e, in quasi tutti gli altri, la ricerca di una condizione di benessere.

Diffidate dalle false scuole di Krav Maga




Seguendo la diffusione resa possibile grazie ai primi studenti di Imi Lichtenfeld, oltre che in Israele, il krav maga si è diffuso in paesi dove forte è la presenza delle comunità ebraiche o si sono sviluppati solidi canali di collaborazione in ambito militare e di intelligence.

Per questo le principali scuole di combattimento e la maggior diffusione di questi sistemi si trovano negli USA, in Russia, in Francia, in Brasile ed in Italia, paesi tutti che hanno forti legami con Israele e il mondo ebraico.[senza fonte] Il krav maga è insegnato nelle accademie dei più famosi servizi segreti (Mossad, CIA ecc.) e corpi speciali di polizia (come l'FBI) o esercito (come il Sayeret Matkal ecc.) con una sempre più massiccia diffusione in Italia tra le forze dell'ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc..), i reparti militari d'elite fino ad arrivare agli operatori della sicurezza e vigilanza privata (es. guardie del corpo).

Da un decennio a questa parte il krav maga è divenuto una realtà anche per i semplici cittadini nell'ambito della difesa personale, in quanto le diverse federazioni e organizzazioni esistenti hanno scientificamente studiato e sviluppato metodi specifici adatti ad ogni individuo, di qualsiasi corporatura (donne, uomini e ragazzi), che si prestano all'autodifesa in qualsiasi luogo e situazione (a piedi, in auto, in ambienti chiusi o aperti, etc...).

Dalla scomparsa di Imi Lichtenfeld, il suo creatore, il Krav Maga israeliano, ha subito negli anni, varie modifiche e si è prestato a varie interpretazioni da parte dei vari studenti di prima e seconda generazione. Al di là degli "stili" (chiamiamoli così), che si sono generati dall'evoluzione delle tecniche codificate da Imi, oggi riveste un ruolo fondamentale nella sopravvivenza del metodo la figura dell’istruttore. Un istruttore qualificato si riconosce immediatamente. Non è necessario avere esperienza nelle arti marziali o negli sport da combattimento per riconoscere un buon insegnante di Krav Maga. La genialità del metodo rende facile e veloce l’apprendimento, per cui la cosa più semplice da fare per valutare una scuola di Krav Maga è quella di partecipare a qualche lezione, in genere quattro o cinque bastano a capire se l’istruttore è qualificato ed esperto, o soltanto "Diplomato" (nel senso che possiede un diplomino) da una qualunque delle federazioni che per moda e/o per lucro concedono diplomi di insegnate, istruttore e maestro a praticanti di livello assolutamente insufficiente.

Esempi di federazioni di Krav Maga più attendibili sono quelle fondate dagli allievi diretti del fondatore Imi Lichtenfeld: la IKM di Gabi Noah e Eli Ben Ami prima tra tutte, la Krav Maga Global di Eyal Yanilov, IKMF di Avi Moyal. Altre "federazioni" il Commando Krav Maga di Mony Aizik, la Federazione Europea di Krav-Maga di Richard Douieb,Belgian official federation of krav-maga and internationl département Captain Vanostende diplomed Directly by IMI Belgium,Asia ,world la Protect di Itay Gil a Gerusalemme, la scuola di Therry Viatour in Belgio, la "EIKM" di Philippe Kaddouch

Shin e Tai

Capita spesso, anche tra i praticanti di Arti Marziali, di dare troppa importanza all’allenamento fisico, si crede che la forza e l’energia del fisico siano preponderanti su quella della mente, mentre la vera “forza” si manifesta quando il corpo e la mente si fondono dando vita alla più grande vittoria, quella contro se stessi.
La mente ha i propri meccanismi che, guarda caso, non sono mai disgiunti dalla dimensione corporea, lo stesso vale per il corpo: l’addestramento fisico e l’atteggiamento mentale sono come i pedali della bicicletta, si muovono e agiscono l’uno e l’altro, ed entrambi concorrono al nostro agire e al nostro essere.
Se il corpo ha muscoli, tendini e ossa, la mente è incorporea, non esiste ne fuori ne dentro il nostro corpo, è come l’aria che non si può toccare, tuttavia esiste.

Il corpo senza la mente è come un sasso immobile e inerte, la mente dell’adepto del Budo deve imparare ad andare oltre l'udibile, oltre la vista e, ancora, oltre il pensiero; quando l’adepto non è in grado di andare oltre la dimensione del corpo i gesti e gli effetti prodotti non hanno alcun valore, la sua attività si annichilisce ed egli vive converso dentro se stesso.
Nel krav Maga, nei primi anni di pratica, il corpo riveste la componente maggiore, mentre più avanti sarà la mente che guiderà e indicherà al corpo come esprimersi.

L'atleta che intende superare le proprie paure deve esercitarsi per molti anni: l'allenamento di pochi anni si conforma come addestramento e pertanto non basta per radicare la radice marziale nell'atleta, per poter raggiungere un buon livello nel Krav Maga servono molti anni di seria pratica; il processo di maturazione è lento ma profondo, intimamente connesso allo stato interiore del praticante e alla sua dimensione spirituale (shin)


Maestro Ciro Varone


Chi è realmente una guardia del corpo o un bodyguard?

La guardia del corpo è un professionista per la salvaguardia della persona fisica. Il lavoro vero e proprio consiste nel difendere una persona, che non vuole difendersi da sola o che non può difendersi da sola.
 
Un bodyguard deve essere prima di tutto addestrato adeguatamente, inoltre deve essere motivato, affidabile, riservato, dotato di ottimi riflessi e deve avere la capacità di gestire le emozioni per fare in modo che queste non compromettano le cosidette situazioni distress, ossia situazioni di pericolo.
 
 E' impossibile pensare come fanno tante scuole o corsi per bodyguard di formare una guardia del corpo entro pochi giorni.
 
 Il bodyguard durante i lavori di scorta, deve poter agire prontamente di fronte ad una aggressione o ad altri problemi e questo è ottenibile solo con un addestramente pre-progettuale.
 
La statistica dice che solo il 10% delle persone comuni sia in grado di mantenere la calma in situazioni catastrofiche, per cui l' atteggiamento mentale per un bodyguard è fondamentale, praticare discipline volte all'autocontrollo come lo yoga, il training autogeno o le arti marziali possono aiutare moltissimo
 
L'interiorizzazione delle stesse aiuta anche a correggere caratteri troppo aggressivi, che contrariamente a quanto possa credere un'aspirante bodyguard sono del tutto negativi e controproducenti per una guardia del corpo professionale.
 
Quanti anni deve avere un Bodyguard? 
L'età media di un bodyguard è intorno ai 30-45 anni, alcuni giovani si avvicinano a questa professione attratti dalle armi o dalle arti marziali, ma pochi rimangono a svolgere un lavoro estremamente impegnativo che per la verità è tutto improntato sull' organizzazione e la pianificazione con lo scopo di tenere il protetto lontano dai pericoli.

Chi è il peggior nemico di una guardia del corpo? 
Il nemico numero uno di una guardia del corpo è la routine, ecco perchè la carriera mediamente dura dai 10 ai 15 anni di servizio continuo che non prevede soste nè vita privata.
Chi sono i migliori bodyguard del mondo?
Contrariamente a quello che si pensa, i migliori bodyguard non sono americani ma europei, non a caso la moderna guardia del corpo è nata in Francia in seguito ai numerosi attentati subiti da De Gaulle.

Bisogna essere dei cecchini? 
L'uso delle armi rappresenta solo il 4/5 % per un bodyguard professionista, infatti se arriva il momento di usarle è perchè qualcosa non ha funzionato nell'organizzazione del servizio di scorta, cosi come viene definito dagli addetti ai lavori.

Quanto guadagna un bodyguard professionista? 
Una guardia del corpo ha una retribuzione che varia a seconda del cliente, del grado di pericolosità e del territorio. Molte sono le persone che ricorrono a veri professionisti, quali personaggi detti VIP ( Very Important Person ) che per il loro Status necessitano di protezione a scopo preventivo, quì si va da un minimo di 3000,00 euro ad un massimo di 5000,00 euro al mese. Diverso è il discorso per chi riceve concrete minacce di morte etc.. quì il discorso è più complicato..... si arriva anche a 10/15000,00 euro al mese.
Negli ultimi anni si è diffusa l'abitudine di denominare "guardia del corpo" anche i membri delle compagnie militari private impiegate da numerosi governi o dalle multinazionali private, quelli non sono bodyguard, sono ex militari diventati mercenari a tutela di persone o cose in territori ad altissimo rischio.Per le serate quotidiane,svolte in discoteche,disco-pub e manifestazioni varie,la giornata retributiva varia dai 100,00 / 120,00 euro al giorno.

Cosa dice la legge sui bodyguard?
In Italia la figura della guardia del corpo non è prevista a livello giuridico ed è in pratica illegale poiché la sua funzione e i suoi compiti sono (secondo la legge italiana) ad esclusiva competenza delle Forze dell' ordine. Secondo l'Articolo 134 del T.U.L.P.S. (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) è considerato illecito qualunque tentativo di sostituirsi alle Forze dell' Ordine nella funzione di tutela di chi è o si sente minacciato, chi lo fà può essere accusato di usurpazione di pubblica funzione. Un esempio potrebbe essere dato dalla guardia giurata nella banca; egli ha infatti l'esclusivo compito di proteggere il denaro e non le persone.
 
 

Uso legittimo delle armi da parte delle forze di Polizia in caso di fuga
 
 
La Cassazione penale, con la sentenza n. 11879 del 22 maggio 2007, è tornata a pronunciarsi sulla vexata quaestio relativa alla legittimità o meno dell’uso delle armi da parte delle forze di polizia. Con la sentenza in commento, quindi, la Suprema Corte ha disatteso orientamento che aveva ampliato l’ambito applicabilità dell’art. 53 c.p. ritenendo giustificato, ancorché a ben precise condizioni, l’uso delle armi da parte degli esponenti delle forze di polizia, anche in situazioni di inseguimento di fuggitivi.

La problematica in questione, qualunque soluzione sia (nel tempo) stata accolta, ha semprelasciato insoddisfatti, e ciò per la contrapposizione di opposti orientamenti giuridico-ideologici che in materia si sono sempre fronteggiati e che sono, in effetti, difficilmente bilanciabili..

Da una lato, infatti, vi sono i sostenitori della teoria secondo cui l’uso delle armi debba essere considerato legittimo – ex art. 53 c.p. – e, pertanto, anche a fronte di un atteggiamento passivo, quale è, appunto, la fuga. I sostenitori di tale tesi arrivano, addirittura, ad individuare un combinato disposto di tale norme con l’art. 2 n. 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (recepita con la l. 4 agosto 1955, n. 848 secondo il modello della ratifica ed esecuzione dei trattati internazionali), e ciò al fine di escludere ogni sorta di responsabilità.

Sul piano opposto si colloca, invece, un'altra corrente di pensiero – che, in definitiva, è quella accolta dalla sentenza che qui si commenta – secondo cui il carattere primario ed indefettibile per configurare come legittimo il ricorso alle armi sarebbe da individuarsi nella esclusiva necessità di “...respingere una violenza o superare una resistenza attiva” il che, ovviamente, lo renderebbe incompatibile con la fuga che è manifestazione di una tipologia di resistenza diversa da quella attiva.

Ed è proprio in questo contesto che viene a collocarsi la sentenza n.11879/07 la quale si impone come momento di rottura rispetto alle visioni predominanti e rispetto alle quali suggerisce il ritorno ad una visione della problematica de qua più articolata, nel cui ambito assumono carattere fondamentale le distinzioni fattuali e giuridiche che intercorrono fra resistenza attiva e resistenza passiva.

Ed invero, nel caso di specie il S.C. condivide la posizione dei giudici di merito, i quali hanno distinto l’intervento del carabiniere (imputato) in due differenti fasi temporali, ponendo l’accento sul fatto che il ricorso all’uso delle armi sia avvenuto dopo la cessazione di uno stato di opposizione e resistenza attiva del soggetto all’atto in compimento da parte dell’agente.

A sostegno delle posizioni assunte, quindi, la Corte chiarisce che la ratio della disposizione dell'art. 53 c.p. starebbe nella necessità di consentire al pubblico ufficiale l'uso delle armi al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, e “…considera legittimo l'uso dell'arma solo in presenza della necessità di respingere una violenza o superare una resistenza attiva.”

In altre parole, l’insegnamento qui suggerito dalla Cassazione è inequivocabile nel postulare che l’uso delle armi rappresenterebbe una risposta dell’agente da assimilare all’uso della forza fisica o morale e, in quanto tale, non configurabile nel caso di fuga, la quale realizza solo una resistenza passiva, salvo che sia posta in essere con modalità idonee a mettere a repentaglio l'incolumità del terzo.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III PENALE
Sentenza 22 maggio 2007, n. 11879